“Cervelli e mani, talenti in fuga dalle botteghe”
Questo il titolo della pagina 57 – dedicata all’artigianato – dell’inserto “Dossier Siracusa” pubblicato con LA SICILIA di mercoledì 30 aprile 2008. L’intervista, realizzata con bravura da Roberta Mammino, riporta come sottotitolo: «Il presidente di Casartigiani. Le imprese devono uscire dalla logica ereditaria e puntare sulla formazione». In una finestra viene riportato un breve curriculum del nostro presidente e della sua famiglia sin da quando, nel 1934, il padre – cav. Domenico – aprì una tipografia in Ortigia.
Riportiamo, integralmente, il testo dell’intervista.
– Quale la situazione dell’artigianato nella provincia di Siracusa?
“Fare artigianato in Sicilia è un’impresa. Nella nostra provincia poi, c’è un grande disinteresse da parte degli enti locali. Spero che con le elezioni del 15 e 16 giugno la situazione migliori e si possa dare al comparto quella spinta verso l’alto che ora manca”.
– Ci sono Comuni che spiccano più di altri per virtù o per difetto?
“Carlentini e Priolo in testa a tutti ma non certo in positivo. Entrambi i territori sono provvisti di una zona artigianale pronta da molti anni e mai utilizzata. Per quanto riguarda Carlentini la zona per l’artigianato è stata completata nel 1990. Il primo intoppo all’apertura della struttura venne col terremoto di quell’anno. L’area fu infatti adibita a campo container, per accogliere quanti non avevano più un tetto sopra la testa e non è mai più stata recuperata. Da allora, e sono passati 18 anni, nulla è stato fatto per avviarla”.
– A Priolo invece cos’è successo?
“Premetto che la zona artigianale di Priolo è meravigliosa: da un lato è costeggiata dall’autostrada e si trova a pochi chilometri dal porto di Augusta. Una struttura che, se fosse aperta, rappresenterebbe un luogo perfetto per lo sviluppo. E’ pronta da decenni ma una traliccio delle ferrovie dello stato ne blocca l’apertura e, anche qui, non si è ancora fatto niente per rimuovere gli ostacoli e dare quindi il via libera alla crescita della zona”.
– A parte questi grandi intoppi, più in generale quali sono i maggiori ostacoli allo sviluppo dell’artigianato locale?
“Le difficoltà di investimento. I finanziamenti previsti per questo settore sono troppo limitati e gli iter burocratici eccessivamente lunghi e tortuosi per certi aspetti. Ma questo è un problema che non riguarda solo la nostra provincia, è comune a tutta l’isola”.
– E cosa potrebbe alleggerire questa situazione?
“Un’iniziativa come quella presa per la provincia di Catania, unico territorio a distinguersi dal «mucchio». Qui l’ex presidente della Provincia regionale Raffaele Lombardo ha previsto finanziamenti a fondo perduto del 30% per importi non superiori a 15 mila euro. Un intervento che ha dato un certo respiro agli imprenditori locali e che, spero, Lombardo voglia ampliare al resto della regione ora che ne è il governatore”.
– E se così non dovesse essere?
“Un maggiore interesse da parte delle istituzioni locali sarebbe già una buona cosa. Basterebbe che ogni Comune nel suo piccolo, o comunque la Provincia, attivasse piccoli incentivi per spingere a investire sul nostro territorio e invogliare chi già vi è presente a fare di più per la propria terra”.
– Parliamo di numeri. Le imprese artigiane aretusee crescono o no?
“Crescono. Rispetto allo scorso anno gli iscritti all’albo sono aumentati di 84 unità e cioé dell’1,3%”.
– C’è qualcosa di particolare dietro a questo incremento?
“E’ la conseguenza naturale della lotta all’abusivismo, che nel corso degli anni si è fatta sempre più serrata, costringendo quanti lavorano in nero a mettersi in regola”.
– Ancora numeri. Quanti sono le imprese artigiane in provincia?
“Oltre 6 mila 800, molte a conduzione familiare. Il 98% sono microimprese, e cioè con meno di 10 addetti. In totale quindi questo comparto garantisce il pane quotidiano a circa 15 mila famiglie di tutta la provincia di Siracusa. Un dato da non sottovalutare di certo, soprattutto se pensiamo che la provincia di Siracusa conta meno di 400 mila abitanti. Il nostro è rimasto forse l’ultimo settore ancora in grado di garantire quello sviluppo e quel grado di occupazione una volta appannaggio dell’industria”.
– I giovani che non appartengono a famiglie artigiane come possono inserirsi e tentare di crearsi un futuro nel settore?
“Con l’apprendistato, che però da noi è morto. E’ stato ucciso da leggi e progetti che non prevedono o ostacolano la formazione in azienda e stabiliscono invece, per esempio, che l’apprendista di un azienda di Pachino debba fare corsi di mezza giornata a Priolo”.
– Che fare dunque?
“Favorire le «botteghe scuola». Lo strumento migliore per permettere lo sviluppo dell’artigianato locale. «Io me lo cresco e io me lo tengo» insomma. Ci sono imprese che si tramandano di generazione in generazione e poi accade che, a un certo punto, non ci siano più eredi a cui lasciare il comando. Non deve succedere che i piccoli imprenditori istruiscano i futuri operatori e poi arrivano le grandi aziende e li portano via. Per un artigiano avere una persona di fiducia rappresenta un’opportunità per non vendere tutto quando i figli, se ci sono, decidono di intraprendere strade diverse, come è accaduto a me”.
– L’artigianato è un settore che soffre della fuga di cervelli quindi?
“Sì, anche se usano le mani, sono sempre talenti che se ne vanno”.
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